Scarica la relazione in formato word  Relazione conclusiva del prof. Sante Maletta

SANTE MALETTA

 Il mio compito è quello di fare una sintesi che non vuole chiudere ma anzi aprire un lavoro. Credo che nella ricchezza dei lavori presentati questa mattina ci siano almeno tre cose che meritano di essere sottolineate e approfondite.

1, la prima cosa che emergeva nei primi due interventi della mattina è la questione dell’ideologia, anche se non espressa in maniera esplicita. È lo strumento della propaganda che si serve di strumenti di categorizzazione del nemico: il nemico chi è? È forse qualcuno che si opposto, che cerca di impedire l’instaurazione di un regime totalitario? È qualcuno che si è impegnato in politica? Qualcuno che sta diffondendo, come gli amici della Rosa Bianca, dei volantini che cercano di far riflettere le persone in maniera critica nei confronti del regime? Non è necessario questo; il nemico è categorizzato in maniera oggettiva, cioè indipendentemente dalla sua volontà. Il nemico nella Germania nazista è il non-ariano, in particolare l’ebreo, e l’ebreo è nemico sia che si opponga al regime nazista sia che non si opponga. Una dinamica simile l’abbiamo anche in Unione Sovietica: qui all’inizio i nemici sono coloro che si oppongono al golpe dei bolscevichi, sono coloro che magari prendono le armi nella guerra civile che segue questo golpe, ma sono soprattutto coloro che appartengono a categorie di persone non previste dall’ideologia ufficiale, che varia nel corso dei decenni, e coloro che appartengono a classi che non devono più esistere (i nobili, i proprietari terrieri, i contadini agiati, i famosi kulaki) e poi quelle categorie che sono identificate in base alla nazionalità. Il nemico è sempre un nemico oggettivo, questo è ciò che caratterizza i regimi totalitari rispetto a tante altre forme di dittature che ci sono state nella storia umana. Ecco questo penso sia un elemento da approfondire: gli strumenti e i metodi della propaganda ideologica non sono molto cambiati oggi rispetto alla prima metà del ‘900. il problema che vorrei porre è questo: noi oggi siamo ancora di fronte ad ideologie? E come queste ideologie agiscono? Forse gli strumenti sono diventati più efficaci, più subdoli, più inconsci e inconsapevoli; ma non è forse vero che siamo ancora di fronte a processi di categorizzazione? È chiaro il riferimento che faccio nei confronti del modo in cui si parla degli stranieri, questo è forse il caso più eclatante ma non solo; al modo in cui si pensa a certe categorie sociali. Queste categorie di persone sono pensate secondo degli stereotipi che ne impediscono una rappresentazione: non vengano rappresentate, raccontate, sono delle maschere concettuali.

2. La seconda cosa che vorrei sottolineare, e che si riallaccia a quello che ho appena detto, riguarda il legame tra la memoria della Shoà e l’arte e la letteratura; questa è una cosa molto importante. Non è una caso che nel manifesto di questo convegno sia stata inserita una frase di un narratore: l’arte, e la letteratura in particolare, è strumento di conoscenza. Per molto tempo nella nostra cultura l’arte e la letteratura sono state considerate forme di svago, di passatempo o come espressioni di genialità individuali. Invece l’arte e la letteratura costituiscono per noi tutti – e penso anche alle arti di massa come il cinema o certi aspetti della TV – dei grandi strumenti di conoscenza. Nella relazione sulla malinconia si diceva che la letteratura ci consente di evitare da un lato l’afasia, cioè l’incapacità di esprimere pensieri di fronte a eventi traumatici, come quelli successi nel ‘900, il secolo più violento di tutta la storia dell’umanità (e ci sono anche molte altre violenze che non sono divenute di dominio pubblico). Di fronte a un secolo così terribile, – il “secolo dell’odio” e del “male”, come è stato definito – l’afasia si traduce anche in un’incapacità di pensare, e ciò indica che i dittatori del ‘900 hanno raggiunto il loro scopo. Il lager, il campo di sterminio, non è un incidente di percorso, è bensì il modello di società che si voleva costruire, era il paradigma a cui guardare nei momenti in cui si faceva un’azione politica: la società in cui l’uomo è superfluo, in cui ciò che specifica l’uomo in quanto uomo diviene superfluo. Ciò che definisce l’uomo in quanto uomo è la libertà. Cos’è che urla l’amico della Rosa Bianca prima di essere ghigliottinato? “Viva la libertà!”. La libertà non è solo la capacità di scegliere ma anche e soprattutto di dare inizio a cose nuove, di far nascere cose nuove. Il campo di sterminio è il luogo in cui questa capacità è sistematicamente cancellata, proibita. Se noi non riusciamo a pensare questa cosa, la diamo vinta a Hitler e agli altri dittatori totalitari; dobbiamo pensare a ciò che è successo. Dall’altra parte dobbiamo evitare di ricadere nell’altra ideologia, quindi, mentre una volta i cattivi erano gli ebrei che avevano fatto un complotto a livello mondiale, oggi i cattivi possono essere – a seconda dei gusti – gli americani o i musulmani. L’arte e la letteratura quindi sono strumenti di pensiero perché è attraverso di essi che si manifesta il senso: il senso non si può padroneggiare e si rivela sempre a posteriori, dopo il racconto. Abbiamo bisogno di raccontare; il racconto ci permette un’identificazione, un’immedesimazione col passato, però con la coscienza di non poterci mai impadronire del senso.

È quindi anche una sfida alla scuola, perché se la scuola non sviluppa questo gusto del racconto e questa capacità di creare il racconto nelle sue forme, non raggiunge i suoi principali obiettivi educativi.

3. Infine, la questione del giusto. Guardare la storia e il passato dal punto di vista del giusto permette di pensare e raccontare il passato, perché è guardato da un punto di vista che non scade nell’ideologia e che evita allo stesso tempo l’afasia. Il giusto, come è stato detto a più riprese, è un uomo normale, è un uomo ordinario, non è un supereroe, ma uno che sicuramente ha fatto qualcosa di straordinario. È uno come me ma un po’ meglio di me, da un punto di vista morale, con cui io posso identificarmi, secondo il meccanismo hollywoodiano dell’eroe: il giusto ci permette un rapporto sano col passato perché per capire la grandezza del giusto non devo censurare nulla. Non si tratta – come si obietta spesso a chi si occupa della memoria dei giusti – di censurare il male. No! Perché per capire la grandezza del giusto bisogna capire qual è stato il male a cui si è opposto; bisogna cioè ricostruire il contesto storico, senza censurare nulla. A me interessa capire questo: chi è il giusto? Perché non è finita l’epoca dei giusti e l’epoca in cui c’è bisogno dei giusti; forse non abbiamo più bisogno di eroi ma sicuramente abbiamo bisogno dei giusti. Io ho conosciuto un signore italiano, veneto, Pierantonio Costa, che faceva il console onorario in Ruanda, era cioè un privato che rappresentava gli interessi italiani in un paese dove l’Italia non aveva ambasciate e consolati. Quando in Ruanda è scoppiato il genocidio, questa persona ha salvato 2000 bambini che rischiavano di essere massacrati, portandoli fuori dal paese e quando l’ho conosciuto diceva che chiunque avrebbe fatto quello che ha fatto lui, perché era giusto farlo. Di giusti ne abbiamo sempre bisogno perché il male c’è sempre; anche il male che deriva dall’ideologia c’è sempre. Nel mondo ci sono vari paesi in cui ci sono genocidi o c’è il pericolo di genocidi, per esempio il Sudan nella regione del Darfur.

Purtroppo non possiamo avere una ricetta per creare il giusto, ma si può fare una fenomenologia del giusto, individuandone i tratti caratteristici; questa è una cosa difficile da fare e almeno ci ha provato una filosofa a me molto cara: Hannah Arendt, testimone del processo Eichmann, la quale ha inventato l’espressione “banalità del male”. Riflettendo sulla figura di Eichmann, per contrasto ha dato delle intuizioni interessanti sulla questione del giusto. Come abbiamo visto in molte delle relazioni il giusto è colui che ad un certo punto si dice e manifesta nelle sue azioni questa frase: “questo non posso farlo”. Questo è un tratto caratteristico di tutti i racconti di giusti, quanto nel totalitarismo nazista quanto in quello comunista, e cioè l’astensione dal male. Il totalitarismo ha di tremendo che non si accontenta che uno non faccia il bene, ma vuole che si faccia il male, cioè crea le condizioni per cui nessuno nella società è esente da colpe, tutti sono complici; è con questo che il regime totalitario si regge. Ebbene, essere giusti vuol dire astenersi dal male, manifestare un’inaffidabilità dal punto di vista politico: lo stato, il regime sa che su di me non potrà più contare e per questo cerca di eliminarmi, o fisicamente o psicologicamente. Io non sono più affidabile da un punto di vista politico, sono affidabile da un punto di vista morale: le persone sanno che di me possono fidarsi. Uno degli aspetti più terribili dei totalitarismi, specialmente quello comunista, è il fatto che l’individuo si trova da solo e ad un certo punto non può fidarsi neanche dei figli, della moglie, del marito, dei genitori, tutti sono potenziali delatori e vivere e resistere in una situazione del genere è quasi impossibile. La Arendt parla di banalità del male perché il male non può avere radici, solo il bene ha radici, solo il bene è radicale, perché solo l’uomo buono è capace di pensare e di ricordare; l’uomo cattivo necessariamente censura la memoria e il pensiero.

Da questo punto di vista l’aggancio con il tema della malinconia e, in contrasto con essa, il pensiero: è il pensiero ciò che costituisce l’ostacolo insormontabile a qualsiasi progetto totalitario e violento sull’uomo: infatti, la Arendt dice che è importante non tanto che l’uomo sia un animale razionale, ma che l’uomo sia un animale pensante, perché nel pensare l’uomo si radica, si approfondisce, conquista una dimensione di coscienza; e il motivo per cui uno ad un certo punto dice “no, io questo non posso farlo”, è perché non vuole essere costretto tutta la vita a vivere con un assassino, cioè con se stesso. Il motivo per cui uno dice no al male mettendo a repentaglio la propria vita è perché ritiene di escludere la prospettiva di convivere con se stesso come un assassino per tutta la vita. Pensiero e ricordo rendono l’uomo radicato nel mondo, oltre che in se stesso, integro. E questo accomuna sia i giusti che hanno una fede religiosa sia quelli che non l’hanno. Noi abbiamo tanti tipi di giusti e questa è una cosa veramente eccezionale perché la questione del bene è talmente radicata nella profondità dell’essere umano, che si identifica con la sua stessa coscienza e con la sua stessa libertà. È questa è una questione da approfondire sia da un punto di vista filosofico, sia storico, perché noi sappiamo che ci sono stati 371 giusti ma ce ne sono in realtà molti di più, ed è per questo che la maggior parte degli ebrei italiani è riuscita a salvarsi e dobbiamo sempre pensarci perché di giusti ne avremo sempre bisogno.