Liceo Scientifico Statale
"E. Fermi" - Bologna

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Prendimi come sono, io non cambierò
di Francesco Castagnini, IV D

"Prendimi come sono, io non cambierò"
(Marchese De Sade)

Ripose la penna, scorse l'ultima frase e, appagato, riordinò le carte. La stanza angusta risuonava dell'eco delle grida dei servi che sollecitavano il bibliotecario a recarsi a cena. Temendo di dover ancora sorbire pasti su cui l'invidia servile si era accanita, preferì rifuggire disgustato il solo pensiero. Egli, lume inestinguibile del proprio secolo, relegato a semplice cortigiano, era motteggiato da sguatteri che in altre epoche non avrebbero nemmeno suscitato un suo sguardo fugace. Prima di riposare le membra stremate da interminabili fatiche letterarie, sollevò le assi dell'impiantito al di sotto delle quali si celava un cospicuo fascio di fogli: non si sarebbe certo stupito se l'infida servitù avesse disperso le sue memorie lasciate incautamente incustodite. Ormai trascinava la sua stanca, eppure inimitabile esistenza vivendo solo di ricordi: il risveglio dall'oblio del presente gettava il suo spirito indomito in uno stato di prostrata desolazione. A tratti, il dolore fisico mordeva il corpo piegato dagli abusi e dagli anni e un giaciglio confortevole era l'unico sollievo. La notte piovosa e il digiuno sembravano favorire gli acciacchi, così si distese sul letto; in quel frangente, implacabile, la solitudine attanagliò ancora il cuore. Allora si immerse nuovamente nel passato: una sola storia era stata omessa dalle sue memorie, così crude e veritiere, ma il solo indistinto ricordo esacerbava a tal punto la sua vergogna da privarlo del respiro. Eppure, suo malgrado, al travolgente impeto delle vestigia di sfiorito fascino non poteva opporre resistenze, già avvintola fragranti profumi di ammalianti amori.
Al maniero dei R. di Padova presso cui soggiornava, nella attesa della laurea, si era soliti celebrare la gaiezza del sangue nobile organizzando intrattenimenti cui solo l'opulenza e la sfarzosità erano ammesse. Il gioviale conte P. di R. non poteva esimersi dal ricordare al suo ospite, ammiccando con un sorriso malizioso, che il salotto di casa ultimamente era prediletto dalle più affascinanti dame della città e sempre suscitava nel giovane invitato una smorfia di modesta gratitudine e uno sguardo di scintillante compiacimento. Finora l'eccellente e devoto suddito non aveva mai tradito le aspettative di Amore. La compagnia femminile si era sempre dimostrata incline ad apprezzare le forme e i modi dell'attraente seduttore che, con disimpegnata naturalezza, si prestava al gioco fino all'intimo soddisfacimento dei propri piaceri; pure, dal sontuoso ballo del sabato, si sentiva accerchiato, perfino assillato dalle procaci fanciulle che egli stesso aveva acceso di passione.
Seduta, come in disparte, all'angolo della sala, accompagnata dalla madre, una madonna dal volto triste osservava le roteanti figure delle coppie intrecciarsi nel vortice della musica: solo un vago sorriso turbava i lineamenti aggraziati della sconosciuta. Per ogni tentativo in cui si prodigassero le nobildonne per strapparlo con racconti mondani alla contemplazione estatica, il giovane amatore coglieva qualunque gesto, anche il più fugace, tormentandosi sul modo di presentarsi alla sua attenzione. Abortiva ogni proposito rigettandolo in nome della cortesia o dell'originalità e, per la prima volta in vita sua, dubitava sul da farsi; ormai la festa declinava verso il termine e nulla era stato intrapreso. Non poteva piegarsi al sonno senza soddisfare la sua ansia di rivederla ancora: così si scoprì a seguirla, celato dall'oscurità, ma nemmeno la razionalità, attonita di fronte a tal novità, si oppose alla passione. Improvvisamente un grido risvegliò la mente svagata. Due figuri avvolti in un mantello importunavano insistentemente la giovane e la madre. Trasportato dal sentimento, si scaglio contro i malviventi, completamente trasfigurato nel volto dall'accesso di rabbia; gli occhi dei tre si incrociarono, lo scontro fu subitaneo. Le spade sguainate cozzarono svariate volte con determinazione, ma più il valore del numero ebbe infine ragione. Feriti, i criminali si trascinarono fino all'insperata salvezza, guadagnata solo grazie alla compassione del magnanimo vincitore, che ora stava, imperturbabile, solo nel caldo tepore notturno, la spada rinfoderata nell'elsa. Le due dame sospirarono, liberandosi dall'angoscia che opprimeva il loro petto, il salvatore invece ansimava per la foga, ma si contenne e si riassettò. La madre, sconvolta all'inverosimile, ma apparentemente controllata, colmò di ringraziamenti il temerario spadaccino cui si sentiva tanto obbligata; perciò promettendogli infinita riconoscenza, domandò il suo nome:

"Giovanni Giacomo Casanova"
rispose questi. Egli, fiero e rinfrancato, allora si sincerò delle condizioni delle due donne. Non fece nemmeno in tempo ad udire la risposta che le sue braccia furono leste ad afferrare la giovane. Scossa dall'accaduto, aveva sofferto di un mancamento. Così sospesa, la bocca dischiusa da cui si esalava un fresco alito vitale, gli occhi socchiusi rivolti al cielo, si incantò a guardarla; la folla che rumorosamente si accalcava intorno sottrasse dalle sue braccia il corpo esanime per prestargli i primi soccorsi. Stordito e inebriato, si lasciò convincere dalla madre, affascinata dall'amabilità e dalla tempestività del veneziano, a scortare le donne e il medico a casa. Le prime cure non sortirono effetto alcuno, la stupenda baronessa L. era distesa come assorta in una posa di sonno placido ed incantato. Casanova comprese che ormai si era intrattenuto troppo a lungo, ma promise di recarsi quanto prima ad accertarsi dello stato dell'inferma.
Puntuale, l'indomani mattina, si fece ricevere: la nobildonna, già convalescente, si sforzò di ammetterlo nel suo talamo. Casanova entrò, così dimesso da essere sollecitato ad avvicinarsi da un sorriso affaticato ma sincero. Le parole, che nemmeno udì, non esprimevano la stessa sentita gratitudine di quello sguardo vivo, ma pur sempre melanconico. Egli si chinò e porse i propri omaggi in un baciamano prolungato ed appassionato; ormai non rispondeva della propria esasperazione amorosa, ma la giovane non sembrò fraintendere né sgradire. Forte del proprio incommensurabile fascino e dell'ascendente cui nemmeno la nobildonna sembrava insensibile, si confortò, ma presto esaurì la propria audacia che si spense in un complimento affrettato ed insignificante. Il sorriso che stava seducendo più con insistente costanza che con ficcanti insidie amorose, non disdegnava, e anzi incoraggiava, tanto da non far disperare il suo ammiratore di rinviare l'incontro a giornate più fortunate. La speranza del giovane non rimase disillusa; dopo essersi completamente rimessa, la fanciulla amava intrattenersi all'aperto con lui, passeggiando e discorrendo garbatamente, piacevolmente conquistata dalle truppe di Amore.
Al tramonto di una giornata rischiarata dall'amore, stavano camminando immersi tra la selva nel giardino dei R., quando improvvisamente una domanda bruciante investì Casanova:
" Chi sei? Oltre il nome io non conosco che i tuoi modi cortesi e il tuo discorso sciolto ed ammaliante ".
Avrebbe potuto eludere l'irriverente intromissione, ma si sentiva in dovere di sciogliersi nella più totale sincerità. Rivelare il passato libertino poteva porre termine al nascente e promettente idillio, mentire significava uccidere e straziare l'amore che li legava. Si confidò, ottenne solo sguardi affettuosamente compassionevoli, affatto risentiti, scevri di qualunque rancore o indignazione: i sospetti della giovane erano stati confermati, troppo sicuro ed abile le era parso per accostarlo ad un estemporaneo corteggiatore. Tuttavia, incolpandosi della propria rudezza, come disconoscendo un passato che più gli apparteneva e confermandolo ancora una volta, si gettò ai suoi piedi, morbidamente afferrò la mano e confessò il proprio amore. Nelle intrigante e artificiose volute della seducente dichiarazione, la donna lesse reale abbandono e definitiva sottomissione alla fedeltà in una sola passione. Convinta dall'innocente candore che si celava in un cuore apparentemente insensibile, si inginocchiò e le labbra frementi degli innamorati si fronteggiarono, non resistettero, si congiunsero. Fu un attimo, fugace ed intenso, e quindi la notte li sorprese: si separarono, ripromettendosi l'indomani di incontrarsi al ricevimento nell'ampio salone, teatro dei primi sguardi. Dinoccolata e fuggente tra i più tardivi lumi del sole ormai vinto, la osservò affrettarsi verso casa; la supposta gioia irrefrenabile era adombrata da nefasti presagi che vessarono il sonno di Casanova. Non trovava pace, si dimenava convulsamente, urlava: L. tendeva le sue mani in un disperato gesto di aiuto mentre un indistinto baratro la inghiottiva. Era immobile ed attonito: nessun grido, nessuna imprecazione per il destino ignobile che, implacabile ed avaro, esigeva il suo tributo di vita. Si destò scosso e più prostrato della notte precedente, come se il ristoro di un giaciglio accogliente lo avesse solo affaticato. La giornata trascorse greve, in funzione della liberazione da tutti i mali che l'appuntamento avrebbe apportato. Desiderava scacciare subito l'indistinta oppressione che soffocava lo spirito, avrebbe voluto presentarsi alla porta di casa dell'amata, ma credeva di apparire troppo possessivo, opprimente. L'attesa non fece che snervare di più il suo animo. Ormai ogni affanno sarebbe scemato in un languido abbraccio, ma quando l'ora convenuta si approssimava, nessuna creatura angelica giungeva a sottrarlo dalle angosce terrene. Un vento di fredda desolazione, incomprensibile e perciò ancora più violento, gelava ogni passione umana, mentre Casanova, pallido ed inconsistente, era intento, invano, a ricercare il bel volto tra tante estranee. Una di queste si avvicinò, si mostrò gentile fin quasi all'apprensione; lo sorresse e lo trascinò alle camere di sopra dove lo distese su un letto, smarrito ed inerte. In cerca di un necessario conforto, come possedute, le sue mani frugarono tra i risvolti dell'abito della donna, senza incontrare resistenze. Era un automa imperturbabile, i cui movimenti eccitati da una foga innaturale erano accompagnati da mugolii disarticolati che ripetevano il nome di L.. Quindi, stranito, si voltò di scatto e tra la fessura della porta socchiusa rivide il suo sorriso scemare tra le labbra dischiuse nel vago stupore. Solo allora si scosse da quel turbamento e respingendo la donna dalle sue braccia, rincorse lei che si precipitava piangendo lontano dalla stanza. Ma prima la porta, poi le scale si frapposero al suo impeto e, incerto della direzione da scegliersi, optò per la più ovvia. Vagando in quel labirinto di corridoi, i suoi occhi spiritati non potevano scorgere le morbide forme, solo pareti sguarnite che si estendevano senza confini. Ritrovò la via verso il giardino, ma appena fuori, solo una brezza gelida lo accolse. Si guardo intorno, soltanto ombre scure lo circondavano. Disperato, le fauci rabbiose digrignate, cadde sulle ginocchia e liberò in un urlo tutta la sua angoscia. Sentiva l'aria vibrare della veemenza del grido, mentre le lacrime gli rigavano il volto. In quel tristo frangente, comprese che il dubbio lo aveva logorato e guidato ed egli, completamente manovrato da un inesorabile ed efferato fato, si era arreso, disarmato, senza resistenze. Ah, terribile sciagura! Che cosa preferì all'amore vero! Si inchinò al destino della propria vita, da allora consumata nel rumore assordante e nella cieca furia.