L'occhio del Ciclope
di Mirella Benassi
Odisseo ritornò un giorno, vecchio e solo, con una piccola navicella, all'isola dei ciclopi. Navigava lentamente - nessuna bufera ormai a impedirgli la via, nessun ostacolo per il Vincitore stanco che riprendeva a solcare il mare in un viaggio a ritroso - ma la rotta era sempre giusta: la conosceva bene, non aveva più,misteri per lui nessuna delle infinite correnti, di quelle nascoste vie o vene sott'acqua del Mediterraneo, mare già infido ora vecchio amico, quasi intimidito dalla volontà - o destino ? - irrefrenabile, di un uomo che aveva messo in disaccordo anche gli Dei. Tornava dunque Odisseo, con uno scopo: rivedere il Ciclope, parlare con lui, farsi riconoscere. Il rischio terribile non lo spaventava: non la mano enorme e possente che poteva afferrare e sollevare un uomo, non la bocca mostruosa che sapeva dilaniarlo ed ingoiarlo. Rivedeva, Odisseo, nella sua mente, i pericoli corsi allora, attimo per attimo, fino alla cima di monte, l'immane pietra, scagliata in mare, ed evitata per un miracolo del destino.
Ormai era vecchio e solo, e non aveva nulla da perdere.
E poi, anche allora, quella volta, non aveva forse sfidato il destino, e le suppliche irose di tutti i compagni, per tornare indietro e gridare dalla nave la sua beffa al Ciclope furente? Chi, o che cosa mai l'aveva costretto a valicare di nuovo il confine della salvezza, a sfidare nuovamente la sorte per avvicinarsi al bruto cieco ma ancora possente, a provare di nuovo l'ebbrezza indicibile della paura ? E forse per questo ora ritornava ? Per sentire ancora una volta - vecchio ormai condannato al silenzio dei sensi, alla pace grigia dell'immobilità sicura - quel brivido di timore ardente che scende nel ventre, alle reni, contrae i fasci innervati delle gambe e inarca le piante dei piedi avvinghiandole al terreno ? Era un ultimo tremore dei sensi che il vecchio cercava, il piacere fisico del rischio, e del rischio più grande, quello della Morte ? 0 non era, piuttosto, proprio una ricerca di Morte, un desiderio mai sopito di farsi inghiottire da quella mostruosa cavità, dilaniare e distruggere dalle terrifiche mascelle, e consumare la propria materia nell'atto di violenza estrema che il suo istinto di vita già una volta gli aveva sottratto ?
Tutto questo il vecchio si chiedeva, mentre la piccola nave itacese solcava il mare, vecchia anch'essa e ormai stinta dei già vividi colori. Intorno, si intravedeva sotto il pelo dell'acqua un biancore di ninfe marine, guizzanti forme di nereidi nuotatrici che, a tratti, sporgevano una nuca di capelli incollati o una prominenza luccicante di carne. Odisseo, bruno e grigio, guardava appena quei corpi candenti e quei capelli neri, untuosi di salsedine, e tornava a fissare la terra, l'isola ormai di fronte a lui.
Aveva già avuto tutto: la sua vita avendo ricevuto il dono divino della sperimentazione, non gli era stato negato alcunché, anzi, tutto gli si era puntigliosamente offerto in tutte le forme possibili.
L'amore, ad esempio: casto o sensuale, vilipeso o dominatore - Penelope coniuge, dai sensi controllati ma pronti; Circe carnale e incauta; la schiava troiana atterrata e sottomessa; e Calipso, Calipso dea e trasumanante....
Ancora, la vita gli aveva donato persino il primo tremore nascosto, la prima scoperta d'amore della bambina Nausicaa.
Nausicaa inquieta, dalle bianche braccia protese eternamente nel gioco del lavatoio ....
E poi, la violenza: non aveva forse Odisseo sperimentato la morte data, in tutta la sua più variata casistica ? La violenza della guerra, prima, selvaggia ma dominata dal codice d'onore; e poi il piacere sottile della morte occulta, la morte data con la frode (sentiva ancora il desiderio di rivincita provato nel ventre del grande cavallo). E poi .... Si accorgeva ora, ripensandoci, di essere caduto sempre più in basso: poi, c'era stata la lotta brutale con gli ostacoli gettati sulla sua via dagli Dei capricciosi, e cosi la morte gli era entrata nel sangue, e alla fine .... In fondo a tutto, c'era la casa di Itaca insozzata dalla grande strage, grondante sangue dai muri, dalle mense, dalle coppe svuotate sui corpi scomposti e trafitti dal Saettatore impazzito. Alla fine, anche la mente poliedrica, la Razionalità invincibile del loico, del callido per antonomasia, era stata sconfitta dalla furia brutale, dall'inciviltà dell'istinto ferino e accecante.
Il vecchio si riscosse dai suoi pensieri all'urto leggero della nave sul fondale sabbioso. Prese una cima e scese nell'acqua bassa. La frescura che gli morse i piedi e i polpacci bruni lo riportò del tutto al presente. Da un pezzo le nereidi erano scomparse, ora gli sovveniva, e la terra si era fatta via via più alta davanti ai suoi occhi persi nel passato. La sabbia ruvida del litorale gli diede una sensazione piacevole, come di un terreno aspro ma noto, di un luogo difficile che l'impegnerebbe, ma con cui avrebbe saputo misurarsi.
Avanzando, aumentavano le pietre scabre e i grandi macigni che servivano d'appoggio per la salita. Il costone era alto, e invaso dal sole: se guardava sopra di sé, il vecchio doveva stringere gli occhi tra la pelle rugosa, per resistere alla luce abbacinante.
E le pietre polverate rimandavano il calore bianco e senza ombre, tra i pochi sterpi coloriti dall'aridità. Ad oltre metà della salita, Odisseo si fermò a detergersi il sudore: barcollando un poco, si bilanciò sui tendini saldi, portò la mano alla fronte e si guardò intorno. Vide la piccola nave dondolarsi tra l'azzurro e le prime macchie brune della riva. Mirò di nuovo verso l'alto, e notò che il profilo del costone era mutato. Contrasse meglio i piccoli muscoli sotto le palpebre, e scorse una massa, forse una roccia ? grande e convessa, seppure irregolare, che mandava giù obliqua una striscia d'ombra. Salì quasi di corsa tra gli ultimi macigni, aggrappandosi e sostenendosi con le mani, e vide: di spalle. seduto, appoggiato all'enorme bastone, stava il Ciclope. Non ebbe bisogno di incontrarne il volto deturpato nell'occhio per riconoscere lui tra i Ciclopi, Polifemo. Il dorso immenso sorgeva da un vello ferino non conciato, che gli scopriva in parte anche le reni: era ancora poderoso, le scapole e la fila incurvata in avanti delle vertebre emergevano tra tumide masse muscolose e tra un guizzare di nervi; ma la pelle era cambiata, quasi esangue e logora, a tratti macchiata, e come sfarinante e polverosa di vecchiaia.
Odisseo mosse alcuni passi, spinto da una curiosità ansiosa ("Odisseo dall'agile mente, avido di conoscenza..."). Voleva vederlo in volto, e vederla, la terribile ferita, il buco nero dell'occhio trapassato dall'enorme trapano aguzzo del tronco incandescente .... il momento della propria caduta - rivivere - nella violenza più bassa, il piacere malvagio dei rigirare quel tronco e spingerlo nella materia viva e distruggerla tremando di piacere ....
La fronte straziata si vedeva, con la sua cavità profonda non ben cicatrizzata, ma a fatica: una parte dell'irsuta capigliatura scendeva, portata ad arte a celare un poco l'orrenda deformità.
E il vecchio sentì un attimo di pena per quel pudore di mostro, per quel voler nascondere la miseria di una vista atroce, da parte di chi più non vedeva.
Ma in quel momento lo strusciare leggero di Odisseo sulle pietruzze del terreno colpì l'orecchio attento del Cieco.
"Chi è vicino?" cavernò la note voce, e un brivido scosse, come allora, le spalle del vecchio. Come rispondere? E poi: parlare subito, o fuggire ora, e rinviare ancora il momento cercato e temuto insieme? Quietamente, a bassa voce, Odisseo rispose: "Nessuno."
Un lungo attimo di silenzio: solo le api ronzavano tra la poca erba, abbacinate dal sole.
"Sei tornato, dunque." Il Ciclope non si era mosso; ma la barba folta e selvatica si abbassava all'aprirsi delle labbra.
"Sono tornato."
Il Ciclope fece ondeggiare per un momento il bastone piantato a terra fra le mani salde e volse
leggermente la testa in direzione della voce.
"Forse il grande Odisseo ha dimenticato che i Ciclopi sono monocoli ed è tornato per accecare anche il secondo occhio e rinnovare la sua gloria ?" E durò a lungo a ridere della trovata. Rideva forte, tutto scuotendosi, e la vasta schiena sussultava, e il vello ferino si scostava ad ogni sussulto scoprendo carni sempre più pallide e cadenti.
Un sorriso breve increspò solo per un istante le labbra di Odisseo.
"Non ridi: non hai mai riso con me quando dicevo facezie su voi piccoli uomini in mia balia. Mi ricordo, avevi parole misurate, e fosti persino capace di non imprecare sui compagni morti, e di offrirmi con linguaggio gentile il tuo vino mentre ancora potevi vedere tra le mie mascelle le membra maciullate degli amici. Oh, se le avevi le parole gentili, carezzevoli come il vello delle pecore mosso dalla brezza: ma i tuoi occhi erano duri come macigni, e la tua bocca dolce non sorrideva.
Per lunghi anni mi sono tormentato chiedendomi perché mai mi fossi fidato delle tue parole di miele senza far caso alla luce fredda dei tuoi occhi che mi guardavano dall'angolo più buio della caverna. Avevi gli occhi rossi di odio, e io bevvi il tuo vino!... Questo, non ho mai saputo perdonarmi."
"Sì, dovevi pensare che un uomo reso schiavo può agire come vuole il padrone, può anche arrivare a ragionare come egli comanda, ma non accoglierà mai i sentimenti che il tiranno gli impone. Ma tu eri già cieco, cieco del tuo egoismo bestiale e stolido: tu credevi veramente che io condividessi il tuo gioco brutale, del chi divorare per primo chi per ultimo tra noi misere vittime, mentre ti assecondavo dandoti il vino per ben digerire le carni dei miei amici. E non sapevi - neppure ti sforzasti di immaginare - il dolore cupo che mi mordeva in fondo alla gola e mi stritolava i polmoni, e la fatica immane con cui pronunciavo ilari e false parole nel porgerti il vino - con le braccia pesanti e senza più sangue....."
"Non sapevo la sofferenza...
"Per questo te la insegnai."
"Ma non fu solo il dolore fisico che mi insegnasti. Tu ideasti l'inganno."
"Volli mostrare al tuo rozzo spirito le vere facezie dell'intelletto raffinato. Oh, una sciocchezza. Un piccolo gioco, ma bastava, per te."
"Bastava, 'Nessuno, è stato'. Dopo , i Ciclopi hanno riso di me per tanto tempo.
Poi se, ne sono andati, o sono morti. Non c'è più nessuno, ora, sono solo"
"C'è, invece, Nessuno: è tornato."
"Anche allora tornasti. Eri già abbastanza lontano, ma volgesti la nave, tra le maledizioni dei compagni. Dovevi proprio gridarmi in faccia il tuo trionfo ?
Fu un gesto ingenuo, perfino, comunque indegno di te. Avevi già vinto con l'evidenza dei fatti: che bisogno c'era di aggiungere la chiosa del tuo vanto ? Chiedo a te perché tornasti. E perché sei tornato ora."
Il vecchio non rispose. Il silenzio durò a lungo: solo il mare sbatteva e sbatteva, di sotto, e le ombre si allungavano. Odisseo si era seduto su un masso, e andava scorrendo le piante dei piedi, alternativamente, sulla sua superficie levigata e scaldata dal sole.
Il Ciclope era sempre immobile, e la sua bocca era rimasta come contratta in un sogghigno. Odisseo pose di nuovo i piedi a terra, tra la minutissima ghiaia pungente, si aprì la tunica fino in fondo, per ricevere sul corpo la prima frescura che spirava dal mare; poi strappò uno stelo indurito, si curvò un poco verso terra, e si mise a tracciare solchi strisciandolo qua e là e poi a cancellare i segni col piede,
e poi a tracciare di nuovi. La brezza faceva scendere il sudore dal petto al ventre alle cosce, e il vecchio rabbrividiva di piacere a quel rivolo freddo. Allora parlò. "Volevo vederti. Ho già visto tutto nella vita, e vedere era la mia grandezza. Ma è stata,anche la mia condanna. Ero orgoglioso della mia mente. 'Uomo dalle molte menti' mù dicevano. E la mente era il mio occhio, e le mie tante menti erano i miei tanti occhi.
Con essi potevo controllare tutto, anche me stesso. Potevo immergermi in qualunque esperienza
senza restarne dominato, ma dominando io, sempre, le circostanze. Anche se i miei sensi erano presi, la mia mente vigile poteva osservati, osservare me all'opera, e valutare freddamente la situazione, e salvarsi, se era necessario.
Si chiama sdoppiamento: io ne ero maestro. Ero sopraffatto dalla guerra di Troia, prigioniero come gli altri di una condizione cupa e senza uscita, abbattuto e disperato, come tutti: ma la mia mente vigile seppe innalzarsi al di sopra del corpo stanco e avvilito, e trovare la soluzione, l'unica possibile.
Poi fui sbattuto da un destino terribile, riservato a me solo degli uomini, tra mille prove capaci di spezzare il più forte: ma la mia mente era sempre pronta a risollevare la spoglia fradicia di mare del naufrago ansante, e a insufflare tra i sibili dei polmoni la nuova vitalità e la forza di andare avanti, avanti, mentre la meta sembrava allontanarsi sempre più. Ma la prova più grande fu quella divina, e la mia mente la superò: fui catturato da un amore smemorante, l'amore di una dea, la Nasconditrice Calipso, che obnubila i sensi e paralizza la ragione. L'amplesso eterno, l'immobilità estatica che scioglie tutte le membra nel Piacere ineffabile : l'immortalità, il dono più grande, quello che l'uomo non può ricevere, io lo ricevetti.
E la mia mente vigile sconfisse l'immortalità: costruì nelle mie membra trasognate e appagate dalla voluttà il morso crudele del dolore: seppe costringermi a trascinare il mio corpo dai veli carezzevoli sulle pietre aguzze perché riacquistassi nel dolore il senso della mia umanità.
Avevo dunque buoni motivi - anche tu puoi comprenderlo - per andare orgoglioso della mia salda lucida e incrollabile razionalità.
Poi giunsi qui, e ancora la mia mente seppe strappare l'angoscia e il terrore dal cuore straziato, e suggerire tutti i tranelli che invischiarono quel povero bruto che tu eri.
Tu, la contraddizione, il mio esatto contrario: tu corpo, io mente, tu istinto, io logica, tu ingenuo, io sagace, tu vittima , io carnefice. Ma in quell'occasione la mente non fu mia padrona come sempre.
Per ben due volte io le sfuggii quando indugiai a rigirare il tronco nel tuo occhio ferito, e quando tornai indietro con la nave a gridarti la mia esultanza sprezzante. Per ben due volte i sensi, l'istinto cieco, ebbero la meglio, il piacere sconfisse il calcolo, e io sfidai la prudenza, e soprattutto il senso della misura? Divenni crudele, sanguinario, e dopo quel giorno lo fui ancora, e lo fui nella mia casa, e le scene della grande strage - il Grande Eccesso - si sono confitte nella mia memoria per non più abbandonarle Il sangue, il piacere del sangue. Perché? Ero sempre stato un intellettuale contemplatore: la mia crudeltà era tutta mentale, aborrivo l'atto materiale del versare il sangue, anche se ero, dovevo essere, un guerriero. Non amavo sporcarmi le mani. Anche nella grande strage, cercai di dare la morte a distanza, con arco e frecce, non con il colpo diretto della mano, il contatto fisico dei corpi. Ma era solo la forza dell'abitudine, e in realtà l'urto del mio corpo col sangue altrui ci fu, oh se ci fu (quando uscii dalla reggia, le mie carni erano rosse, e il cencio di cui ero cinto mi sgrondava, fradicio, sul ventre). Non posso ora ingannare me stesso: in realtà anche attraverso il vibrare del dardo sentivo il piacere fisico del colpo, e il rumore della freccia che penetrava nei corpi e faceva scoppiare le carni era gradito al mio orecchio, e le urla stridenti erano un vellicar di carezze, per me. Che cos'era accaduto? Dov'ero io, Odisseo dalle molte menti? Che cosa mi hai fatto, Ciclope? Tutto è cominciato qui, tutto è cominciato con te... da te. Che cosa mi hai fatto, Polifemo?".
"Dunque, il vincitore è tornato per questo dalla sua vittima: sapere.
Il tuo destino, hai detto, la tua condanna. Ancora una volta vuoi sapere. Ebbene, tu hai visto tutto, tu sei
colui che vede; io sono il cieco."
"Che significa codesta tua risposta?"
"A me, al cieco che già ero cieco di stolidità, a me ingannato tu chiedi. che significa?".
"La mia mente è confusa: io non so più vedere. Che cosa mi hai fatto, Polifemo?". "lo sono il Ciclope, il figlio della Terra e del Mare. lo sono le viscere del mondo, la sua carne. Tu hai creduto di aver vinto le prove della carne; tu ti sei vantato di aver riconosciuto tutte le insidie, persino quella dell'immortalità. Tu credevi di aver previsto tutto, tu, la visione e la previsione. Ma non si sfugge alla propria natura. Piccolo stolto uomo: il Destino ti privilegiò - è vero, tu non sai quanto. La Nasconditrice ti offri l'ìmmortalità e tu la rifiutasti per essere uomo. Ma quale uomo? Che cos'è l'uomo se non la creatura bastarda, l'ibrido, il crocicchio tra cielo e terra? Tu hai rinunciato al cielo, all'impassibilità divina, e hai riso contento per aver evitato l'insidia. Ebbene, in quel momento ti sei caricato di tutto il peso della mortalità, della tua umanità. Non hai sentito allora diventare più pesante il tuo corpo?
Non hai compreso, stolto, di aver perduto allora le tue molte menti per acquistare carne, e sangue, e crude viscere palpitanti?
E all'ultima prova, l'antro dei Ciclope, la caverna, non hai sentito il ritorno alla Terra, non hai compreso, toccando con il tuo corpo le pareti umide, che il tuo destino carnale era segnato?
E che la Terra ti insegnava la brutalità, l'istinto, il piacere primigenio della..."
Il vecchio lo interruppe: "Che cosa mai è stato dunque ciò che è passato dal tuo occhio ferito al mio braccio, perché quel tronco cominciasse a vibrare e a roteare tra le mie mani? Che cosa mi hai fatto. Polifemo?".
Il Ciclope rise, una risata possente, e di nuovo il suo dorso sussultò e il vello ferino si scostò ancor di più e poi cadde del tutto dalle sue carni più nascoste, arrossate dalla luce dei tramonto: "Che cosa ti ho fatto? Sono penetrato in te, fratello.
Ti ho insegnato - io, la tua Contraddizione - ciò che ancora non conoscevi, ciò che inseguivi da
sempre senza saperlo: ti ho insegnato che cos'è l'uomo nudo, senza l'orgoglio a nasconderlo e a
coprirlo di menzogne. Non è questo che cercavi, la verità? lo ho fatto cadere dai tuoi occhi l'ultimo
velo, io ti ho dato la vista, e ti ho dato la vita. Tu non sei diverso da prima, non hai nemmeno
perduto, no, le tue molte menti, tu sei sempre Odisseo. Ma ora lo sai. Ora, sai."
Il sole stava ormai scendendo dietro il costone. Il vecchio osservò la piccola nave, al di sotto,
oscillare sul mare già incupito.
Vide il Ciclope rivolto verso di lui, come se lo guardasse; vide la sua grande mano scostare le chiome irsute sulla fronte, e vide, o gli parve di veder, l'occhio enorme, nero, luccicare di nuovo, malizioso come allora, e fissarlo, fissarlo intensamente. Dopo, non poté più vedere.